Il Pagellone del Gran Premio d'Australia

Signore e signori, benvenuti nel futuro!
Riapriamo finalmente le serrande, togliamo la polvere dal bancone e inauguriamo il nostro consueto angolo bar del Pagellone.
Qui non si discute di massimi sistemi, qui si sgomita per un centimetro di gloria e si commenta come vecchie comare di rione durante il mercato del martedì.
Vi ricordo che le nostre pagelle sono profondamente democratiche: le potete leggere qui in formato digitale, in formato cartaceo, in formato papiro, in formato pittura rupestre - quest'ultima consigliata solo ai più attempati di voi.
Attenzione però, comunicazione di servizio importante: questa è ufficialmente l'ultima volta che ci leggerete sulle colonne di morinigallaratipublishing.it.
Stiamo facendo gli scatoloni, stiamo caricando i camion e, dalla prossima gara, il nostro circo itinerante traslocherà definitivamente sulla nostra nuova casa, che vi presenteremo a breve sulle piattaforme social di Hammer Time.
Il Pagellone, presto, avrà un nuovo indirizzo (ma pur sempre targato Morini Gallarati Publishing).
Per ora invece prendete posto, servitevi da bere (qualcosa di forte, fidatevi) e godetevi questo nuovo, attesissimo campionato. Noi, come da nobile e vigliacca tradizione, ci dissoceremo preventivamente da ogni singola parola scritta qui sotto.
Mercedes, voto 10: Iniziamo col botto. Una vittoria per Giorgino che, proprio come l'autoerotismo, era lì, a portata di mano. Lui e il "cinno" Antonelli guidano una Mercedes decisamente dopata: un proiettile nei rettilinei che però, nelle curve, sembra dimostrare qualche lieve debolezza.
Per adesso bene, per adesso bravi, soprattutto perché Toto dimostra ancora una volta che, nonostante il controllo severissimo della FIA – si scherza, eh! – lui può fare davvero quello-che-cavolo-vuole!
Ferrari, voto 9: Un inverno a testa bassa e una Ferrari che si presenta ai nastri di partenza con una chance pesante come un debito universitario. La stagione si giocherà tutta sugli aggiornamenti, ma la concentrazione è di quelle buone. Dopo il lancio del riso in griglia di partenza, la tornata di clacson nel giro di ricognizione e un "saremo io e te, accusì sarà pe' semp sì" canticchiato in radio, Leclerc si prende la testa della corsa. Ringhia, combatte e la difende coi denti, salvo poi nel finale doversi guardare da un Sir Luigi infoiato come un liceale. Un terzo e quarto posto che, mi auguro, diano fame a Maranello.

McLaren, voto 5: La metamorfosi al contrario. Vanno forte il venerdì, convincenti il sabato e poi, la domenica, spariscono come i buoni propositi dopo Capodanno. Praticamente una promozione di Poltrone e Sofà: la qualità sembrava esserci, ma l'offerta scade troppo presto. Il nostro Champ fa quel che può con quello che ha, ma è Oscar Piastri a rubare la scena. Scalda le gomme come se avesse la labirintite e si va a imbaronare prima ancora del via. Grazie a lui abbiamo capito che droni e missili non saranno l'unica visione traumatica della settimana.
Red Bull, voto 7: Week-end strano, quasi schizofrenico. Da una parte Hadjar, che resta a piedi proprio nel momento in cui sembrava aver trovato il ritmo.

Dall'altra Verstappen, protagonista di una rimonta avvincente quanto un thriller indiano: piena di scene madri, qualche svolta improbabile e la costante sensazione che il budget degli effetti speciali non fosse proprio hollywoodiano. Perché questa Red Bull, a tratti, sembra lavorare con meno margine del solito: tanto talento in pista, ma la sensazione che serva sempre uno sforzo extra per far tornare tutto. E Max, diciamolo, è sembrato anche un filo svogliato. Non il solito Verstappen con lo sguardo da predatore, più uno che la mattina ha saltato il caffè.
Haas, voto 8: Che bella gara Ollie Bearman: attacca in partenza, si difende, guida bene, non mette i gomiti sul tavolo, mangia libri di cibernetica, insalate di matematica e a giocar su Marte va. Combatte con Lindblad, insegnando a certe mammole come si piazzano sorpassi eccezionali anche con queste macchine di pan di zenzero.

Racing Bulls, voto 9: Intelligenza. Durezza. Solidità. A Faenza hanno trovato un'ira di Dio – quel Lindblad che morde le caviglie a tutti – che se rimane costante regalerà grandi soddisfazioni. E Lawson? Al momento il poveretto ha più possibilità di ottenere il bonus psicologo che un rinnovo di contratto. La sua unica fortuna è l'assenza di Marko: con il "vecchio guercio" e la sua lievissima mancanza di democrazia in stile sistema di credito sociale cinese, la sua carriera sarebbe già finita in un trituratore. Deve mettersi di buzzo buono, perché la macchina stavolta c'è.
Audi, voto 7: Approntano una scuderia con un budget che sembra quello di un progetto scolastico, il simulatore piloti probabilmente è un turno trimestrale come corriere Amazon, eppure il buon Binotto riesce comunque a tirare fuori dal cilindro una monoposto più che rispettabile. Il ritiro forzato di Hulkenberg complica i piani, ma dall'altra parte Bortoleto se la cava alla grande.
In mezzo a tanti eroici "garagisti" che orbitano stabilmente in fondo alla griglia, il brasiliano fa vedere qualcosa in più. E se questa è la base di partenza di Audi, allora forse il progetto non è così improvvisato come sembrava. Bravi!
Williams, voto 5: Williams in modalità "Tela di Penelope": nel 2025 fanno tre passi avanti, nel 2026 ne fanno due indietro. Nonostante il motore Mercedes che spinge, nei rettilinei di Melbourne andavano così piano che sembrava avessero lanciato l'ancora. Urgono miglioramenti immediati, perché dopo i titoli McLaren e una Ferrari rediviva, toccherebbe a loro tornare a far parlare di sé per qualcosa che non sia la lentezza.
Alpine, voto 6: Cambia il regolamento, cambia il motore, ma una cosa rimane costante: Alpine rimane la bruttina dell'ultimo banco. Gasly ha una buona ottica di gara, un buon ritmo e una buona preparazione tecnica. Colapinto ha un buongiorno, una buonasera e un buon appetito. Il suo, ahimè, mi puzza proprio di contratto a orologeria.
Cadillac, voto 6: Ma come, stelle mie? Eravamo tutti lì all'ospizio a fare il tifo e ad aspettarci cose turche, e invece ci siamo dovuti accontentare di tè e biscottini. Uno spettacolo floscio — ma floscio floscio eh — per una scuderia che ambiva a salotti buoni e aranciate in bicchieri di cristallo. Concediamo loro la sufficienza solo perché fino all'altro ieri non esistevano nemmeno. Per aspera ad astra, sperando che le stelle non siano solo quelle della bandiera USA.
Aston Martin, voto 1: Che spettacolo, era dall'elezione di Trump che non mi divertivo così tanto davanti a un disastro. A Silverstone hanno tirato su una monoposto così competitiva, che per accenderla ci vogliono i gettoni. Che angoscia. In tutto questo mi spiace solo per Fernando: se il suo contratto è un matrimonio, l'Aston Martin è senza dubbio la sua Yoko Ono.
Formula 1, voto 0: Oh, ma voi ve le ricordate le staccatone alla Ricciardo? Bei tempi, eh? E ora? Da una parte c'è Brad Pitt con le sue americanate, dall'altra quel programma alla Maria De Filippi che è diventato Drive to Survive. In mezzo, un regolamento tecnico che ci priva del pelo sullo stomaco e della grinta pura. La sensazione è che la F1 stia cercando un'identità che le sfuma tra le dita, innervosendo spettatori e addetti ai lavori. A me, che sono un amante delle corse – un corsaro, insomma – questo spettacolo sterile non sembra all'altezza della storia che porta sulle spalle. Stefano Domenicali, se ci sei, batti un colpo!